Ecovillaggio, comunità, paura, lacrime e rinascita – Il colori di Panta Rei


Due profonde pozze blu, artiche, a scrutarmi da sotto la visiera del cappellino, incastonate su un visino scaltro intento a sfoggiare un’espressione tra il perplesso e lo scocciato. Se solo mi rendessi conto di quanto quegli occhi diventeranno intimamente cari al mio cuore in pochissimi giorni, mi soffermerei tanto di più a goderne e registrarne iridescenze ed espressioni in questo primo curioso incontro.

Ma no. Sono troppo impegnata a cercare di tirarmi fuori dall’ennesimo imprevisto. Una “Taniata”, come ho sempre amato definirle: la mia station wagon fumante, impantanata nella neve, bloccata di traverso in curva su un sentiero in salita, impedendo ad auto meglio attrezzate di transitare. Tra quelle auto eccola lì: la navetta improvvisata del Panta Rei con un carico speciale: anime e corpi in viaggio, all’”inizio della fine” di quello che – più o meno per tutti – si rivelerà essere un momento di passaggio potentissimo.

350 metri a destinazione, segna il navigatore. A poco mi è servito il suggerimento del nostro anfitrione: “Què nevica ragazzi, lasciate la macchina in paese e veniamo noi a prendervi”. Come posso io, così piccola, fragile e attentamente celata dentro la corazza di superdonna indipendente e coraggiosa, accogliere quella mano tesa e “arrendermi” alla difficoltà senza avere nemmeno provato a salire da sola?

Ecco. Quella ero io, non più tardi di 8 giorni fa.

La “piccola” Tania, ancora ignara della coltre di neve e di vita che sta per avvolgerla…

No. Non certo una donna inconsapevole: uno spirito selvatico in cammino da molto tempo, esploratrice del dentro e del fuori, avventuriera sempre tesa ad aiutare gli altri, alle spalle tanti km percorsi, dal corpo e dallo spirito, e un bagaglio progressivamente alleggerito da pesi che non mi appartenevano.

Si. Tanta scoperta, lavoro e trasformazione, tante decisioni difficili, e come unica missione quella di fare sentire gli altri pienamente accolti nella loro reale natura e identità, aiutarli a legittimarla ed esprimerla. Eppure, evidentemente con ancora qualche convinzione così profondamente radicata da risultarmi invisibile. Radicata, invisibile e per questo ostacolante, della mia, di espressione.

La paura dell’altro, a quanto pare ancora a governare alcuni aspetti della mia vita. Senza che neppure me ne rendessi conto.

E’ più semplice essere utile agli altri abitando un ruolo, un personaggio, sempre al servizio. Si diventa il punto di riferimento, il bastone su cui l’altrə può sempre appoggiarsi. Ci si sente così insostituibili, irrinunciabili, non abbandonabili, per certi versi. In fin dei conti, se si dona, ci si prende cura, non si può essere considerati “sbagliati”, giusto? Si amano per forza, le persone che donano.

Ben diverso è semplicemente ESSERE, correre il rischio di essere amati, in tutto e per tutto, mostrarsi per ciò che si prova, che si è, senza parole o sovrastrutture, senza etichette o ruoli, aprendo semplicemente il proprio cuore, le proprie braccia, e abbandonandosi alle mani e al sostegno degli altri: concedendosi di essere vulnerabili.

Ecco. In questo nuovo viaggio ho davvero capito cosa significhi avere fiducia in un altro essere umano, e quindi in sé stessi, nella propria “amabilità”. Quanto sia faticoso lasciare andare la paura di venire giudicati, rifiutati, respinti, e la profonda libertà che deriva invece dal sentire, qui, ora, me stessa e l’altra persona. E’ una paura questa, che per alcuni può rasentare il terrore: tellurico nella sua capacità di destabilizzare, così strettamente ancorato alla sopravvivenza.

Io davvero non me l’aspettavo, a questo punto della vita, di esperire questa semplice verità in un modo così potente. Anche perché…

…è la sera del 30 Novembre. Vasca da bagno con tanta schiuma, dopo una di quelle giornate che l’unica strategia è immergermi nel calore, con un bicchiere di vino, e cercare qualche nuovo stimolo di luce. Apro Instagram. Ed eccolo:

Il post di Bernardo. Un appello a “persone che vogliono fare la differenza”.

Le date non sembrano conciliabili con i progetti e le rivoluzionarie decisioni che sto affrontando per la mia vita in questo momento. Eppure apro il form, lo compilo e invio di istinto. Poi chiudo e smetto di pensarci, ma una qualche energia resta a vibrarmi nel corpo. Trascorrono pochi giorni e lui mi scrive. Un whatsapp così spontaneo, gentile e carico di fiducia che non ho potuto fare altro che “sentire” nel cuore, e decidere all’istante di confermare. Sento l’intento.

I giorni trascorrono, la partenza si avvicina, riesco ad organizzarmi. Sento che sia importante per me esserci, ma avverto timore, anche se ho imparato che se mi fa paura, è perché sto per imparare qualcosa. Onestamente l’ambizione è “solo” di capirne un pò di più di comunità e immergermi in natura: come costruire una casa in bioedilizia grazie ai ragazzi del Panta (vale a dire terra, acqua e paglia); prendere le misure con la mia reale capacità di stare e con gli altri, e giocare grazie a Lucia; concedermi di spendere un pò di energie su una pialla o con una zappa in mano, lontano dal pc e dalle videocall. So che imparerò a farmi i detersivi da me con Elisa, approfondirò i fondamentali della facilitazione dei gruppi grazie a Giorgia, godrò qualche bella passeggiata nei boschi. E poi c’è l’educazione emozionale con Paolo, e finalmente incontrare Isacco e vivere i ragazzi del teatro selvatico

Chi immaginava che oltre a queste preziose esperienze ed opportunità, avrei ricevuto in dono l’immersione volontaria in un intricato abbraccio ed intreccio di 60 corpi, e che mi sarei sentita rinascere in quel grembo vivo e fremente, al punto di non volermene separare più? 60 prismatiche vite e coscienze. Una enorme, temporanea e stravagante famiglia, a svelarmi la sensazione di come probabilmente dovrebbe essere sempre. Il mio alveare.

Ma il coraggio in fondo è anche questo: riconoscermi viaggiatrice, sapermi concedere questa viscerale immersione, per poi riuscire a separarmi e rinascere, consapevole che anche questo viaggio abbia segnato un profondo cambiamento nel mio cuore.

Scrivo ora dunque per non perdere. Per ringraziare. Per celebrare. Per imprimere ogni istante di questa esperienza nei miei ricordi, prima che tutte le emozioni si sedimentino e trovino la loro “ragionevole” collocazione e definizione.

Scrivo ora, per rendere omaggio alle infinite e stupefacenti tonalità delle anime sfiorate e abbracciate, come quella di Katia o Eloisa, sempre attente ai miei ed altrui stati d’animo, capaci di cogliere il bello ovunque. Voglio dare spazio alle mani sulle mie, alle dita intente a scoprire i volti, e a sfiorarci con delicatezza i corpi, alle lacrime versate, o asciugate o baciate e lasciate scorrere (mille volte grazie Lorenzo), al sudore, al trucco di Chiara sempre più stemperato sul viso grazie alla potente onestà del suo cuore e intenzioni; alla terra sotto le unghie e sui volti e sugli abiti, ai cori improvvisati, alle risate sguaiate, alle vanghe, la musica e ai picconi pestando con i piedi gli scalini con Mauro nel bosco, alla roulette delle camere, dei compagni di stanza o del letto (che dormire sopra Michi, si sa, è meglio, anche se ti stacca sempre il cavo del telefono), ai viaggi nel metaverso, a casa del nostro Kami folletto, alle albe sui sentieri infangati, alla rosa canina, alle delicate, audaci e indelebili impronte dei piedi scalzi di Nello e Cami, impresse nella neve insieme alle loro voci; ai lividi sotto la pelle delle mani e alle schegge del legno, alla polvere sentita con Cri, al costante e stoico lavoro con More e alla dedizione infinita di Luca; al caos e ai silenzi, alle “puzze e ai cattivi odori” invocati da Albe, e condivisi un pò con tutti. Voglio trattenere le gioiose e rumorose file per i pasti, con le danze improvvisate, le struggenti melodie del pianoforte di Omar filtrate dal vento tra gli alberi, il generoso ritratto di Leo sul rogo con Marti ed Elvi, anime al mio fianco, le mie amatissime streghe; i fiumi di parole e i prolungati silenzi, la techno, il reggae, la chitarra e le struggenti incontaminate note di Fede o Tiziano; la purezza dell’Amore, con Erni e Antinea; i gufi, le mucche e le anatre (che pare richiamino come i condor), le docce fredde, o l’assenza di acqua, i giochi organizzati o improvvisati, l’arte generata dal pavimento ed espressa ovunque, il talento; Peppe, la sua sorprendente conoscenza e la sua indimenticabile pizza nel camino; le storie di vita, le carte e i calcoli, le pile di pentole da scrostare, i dipinti sul viso di piccola Asia dal cuore grande; Ele e la sua “vista”, che sa andare sempre un pò più in là senza il timore di suonare stonata, le inestimabili lacrime di Asia grande, e di Nico; il dono di assistere ad incontri che ti squarciano il cuore (=vi amo gemelloni), la disarmante generosità di Linda, Maddy e la sua solida delicatezza; i racconti in macchina con Mauro, Ale e Giuly, densi di gratitudine e voglia di stare insieme, ancora un attimo, ancora un pò; i riti che avvengono, senza sapere bene come e perché; le parole pesanti sussurrate o taciute, per scelta (Vivi <3).

Non bastano le righe, le espressioni, i continui messaggi whatsapp, i video, lo spazio in memoria, a trattenere e raccontare con sufficiente attenzione tutto ciò che Panta Rei è stato, per me.

La dolcezza, la gentilezza. Gli abbracci, gli abbracci, gli abbracci.

Voglio, devo, scrivere. Devo, raccontare della paura e del coraggio.

La paura dell’altro, e il determinato e inconsapevole progressivo impegno nel lasciarla andare. Il coraggio di lasciare fuori dal cerchio la sfiducia, e accogliere il rischio dell’ignoto, vedere lo sforzo degli altri e riconoscerlo, farlo proprio, amare.

Voglio, devo scrivere. Devo scrivere degli occhi. Tutti quegli occhi. Portali d’accesso ad infinite costellazioni e universi. Non avevo mai osservato così in profondità tanti occhi. Non avevo mai concesso a così tanti occhi di entrare dentro ai miei.

Sguardi dapprima forzati, imbarazzati, imbarazzanti perché imposti. Occhi negli occhi ad esplorare l’anima dell’altrə, e a mettere a nudo la mia. Il cuore aumenta i battiti, la paura si fa tangibile, ma si resta. Lì. Aperti e vulnerabili. Fiduciosi.

Alcuni, di questi occhi, mi bruciano dentro più di altri.

Cielo, legno e ghiande. Tonalità di blu, marrone e nocciola: per sempre al sicuro nel mio cuore, per me i colori più caldi di Panta Rei.

Tutti, tutti, tutti mi hanno insegnato qualcosa di importante. Anche imparare cosa fosse, di me, a risuonare nelle “antipatie” di pelle che provavo o nella difficoltà dei miei occhi di restare fissi in quelli altrui. Il domandarmi cosa di me non stessi accogliendo, e vedessi rispecchiato in quello sguardo. O che cosa temessi davvero che l’altro vedesse, di me. Il tempo concessomi per farlo, questo esercizio. E la gratitudine infinita del poterlo poi esprimere, condividere, per apprendere insieme la meraviglia di quella semplice verità.

Accoglienza. Fiducia. Paura. Coraggio. La potenza del gruppo come cassa di risonanza di bisogni insoddisfatti, e la sua capacità di abbracciarli, sfamarli, prendersene cura. Il coraggio di nascere di nuovo, con una consapevolezza forte. Vederci, affidarci e accoglierci, con la facilità di un gruppo di bambini. Un’altro apprendimento, prezioso dono di questa comunità.

Ecco cosa è stato per me questo Panta Rei.

E ora lo poggio qui, sul davanzale: questo meraviglioso barattolo colmo di fluidi iridescenti, dalle densità e tonalità differenti. In attesa che il tempo lasci depositare e separare gli strati, per permettermi di scorgere nuove sfumature, consistenze, significati e apprendimenti. Ma continuate a scrivere, ad esserci, amici miei. Tenetemi la mano ancora per un pò. Non sono ancora pronta per lasciarci.

Vi amo. E vi sarò per sempre grata. A voi. A me. Che a quanto pare, forse comincerò a cucinare biscotti per scoiattoli.

Vi auguro di realizzare voi stessi pienamente, ma sono certa sarà bellissimo, e comunque vada…avremo sempre e comunque una certezza a tenerci uniti: noi..siamo Stefano!


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