Donne in sella e fuori (di) strada – la mia sfida

Scendo dall’auto e le vedo lì. Avverto subito il chiacchiericcio e l’energia, a bordo piscina. So che si stanno conoscendo, probabilmente studiando, qualcuna  re-incontrando, e certamente stanno già cercando di capire se esiste quell’alchimia che servirà – lo scoprirò presto – ad affrontare e vincere le fatiche che incontreremo da domani.

Sono l’ultima del gruppo ad arrivare, e fatico a nascondere un po’ di nervosismo.

Nervosa. Ma per cosa?

Sarà che guido la moto da poco più di un anno, e già decidermi a comprarla sia stata una bella sfida con me stessa e con un piccolo pezzo del mio mondo e delle sue convinzioni. 

Sarà che ho 40 anni, che ho scelto di separarmi dalla mia splendida ed amatissima bimba cinquenne per una settimana ben sapendo che tra i boschi faticherò a sentirla, indubbiamente a farle percepire la mia solita presenza. Sarà che ho momentaneamente affidato alla mia amata ed odiata Milano le gioie e i dolori della mia sfidante posizione manageriale, tra gli sguardi perplessi dei colleghi e i commenti sempre un po’ sarcastici: “ah, e tu queste le chiami vacanze?”

Sarà che non ho mai fatto fuori strada prima.

Sarà che quindi – aridaje – giá so che mi troverò a fissare dritto nelle pupille tutti i miei limiti. 

Giá, perché una settimana di “Wild Camp”,  860 km in centro Italia all’ombra del monte Titano in 5 tappe, con una moto a noleggio con cui tocco a malapena in punta e che pesa 4 volte me, dormendo in tenda, viaggiando fuori strada su sentieri ripidi e dissestati, con un gruppo di sole donne, più esperte di me e praticamente sconosciute…ecco, sulla carta i miei limiti li avrebbe sfidati parecchio. 

Con la mia solita rumorosa disinvoltura, mimetizzo l’imbarazzo facendo casino. “Heeeey, aspettavate me?”, grido a squarciagola. Ed eccoli lí, 6 sorrisi a tutto tondo illuminarsi volgendosi verso di me. “Eccola“, “è arrivata finalmente“, “ti aspettavamo“. Una ad una abbandonano la loro confortevole postazione per venirmi incontro e presentarsi: per accogliermi, oserei dire. 

Sei donne dalle personalità prismatiche, 6 amazzoni, come amano appellarci in quanto donne biker, io direi più 6 guerriere – come scoprirò e vi racconterò presto – di cui in quel momento fatico anche a registrare il nome a causa della molteplicità di emozioni e pensieri contrastanti.

Ci siamo. 

Lezione n.1- registrata: a volte basta un sorriso sincero per far sentire qualcuno davvero il benvenuto!


La prima serata si dispiega sempre più morbidamente tra chiacchiere, vino e buon cibo. Si respira un’atmosfera di libertà ed aspettativa. Le prime peculiarità di ognuna cominciano a modellarsi nella mia mente. Niente discorsi superficiali o formali, del tipo “cosa fai nella vita”. Cenni alle nostre realtà, alle cose importanti che ognuna di noi ha lasciato temporaneamente altrove, affiorano con sempre crescente spontaneità. Le nostre due “anfitrione/i” (pare non esista il femminile di questo termine – sigh), le esploratrici che hanno congegnato o in qualche modo reso possibile  questa settimana, tengono banco. Sono Peggy e Laura, quelle che avremmo poi considerato la Generalessa in Comando e la Capitana indiscussa. Hanno un’energia e una verità che si trasmettono in ogni battuta scema, in ogni racconto e ricordo rievocato. Due donne impossibili da sintetizzare in poche parole, non solo per le loro competenze tecniche ed esperienze messe generosamente al nostro servizio, o per i risultati ottenuti nel mondo (prettamente maschile) del motociclismo professionista, ma anche e soprattutto per la forza e la determinazione che imprimono in ogni commento ed interazione, così come nella gestione magistrale di quella che si presenterà come un’avventura costellata da un numero indefinito di imprevisti ed incognite, nonostante una organizzazione brillante e puntuale. Due donne profondamente diverse, ma la cui intima alchimia e provvidenziale complementarietà si coglie e coglierà lungo tutto il nostro viaggio.  

In fondo stiamo parlando di Enrica Perego, letteralmente una delle pioniere del fuori strada al femminile, pluricampionessa Italiana di Moto Rally e di altri campionati internazionali, e fondatrice della prima scuola di enduro femminile  (https://www.sudestraid.com/en/about-us/), e Laura Cola, avventuriera e “nomade” per sua stessa definizione, una che ha macinato sulle due ruote un’infinità di km in giro per il mondo nelle condizioni più estreme, il cui amore per la moto – nato nel 2002 con Donneavventura – l’ha condotta a fondare nel 2007 Donne in sella (https://donneinsella.com/story/). Decisamente due donne al servizio delle donne, come me.

Ma torniamo a noi. Qui. 

Siamo insieme, e si ride molto. 

Ognuna concede pezzi di sé. Si raccontano stralci della passata edizione del camp già condivisa tra alcune delle presenti, delle sue difficoltà, delle emozioni, dei panorami mozzafiato, dei risultati ottenuti, delle cadute, delle rinunce, delle aspettative. Si parla di uomini (inevitabilmente). Tanto, si parlerà tanto di uomini ed anche di donne in questa settimana, delle nostre ineluttabili differenze che – va ammesso – ci ritroviamo a sottolineare e descrivere fatalmente a nostro credito e vantaggio. Così come si parlerà di amore in tutte le sue forme. Amore per gli uomini, per le donne, per i figli, per le proprie passioni. Amore offerto, ricevuto, ricambiato, incerto. Si parlerà anche di sesso, in un modo che forse ci si aspetterebbe avvenire nei maleodoranti spogliatoi di uno stadio nell’immediato dopo partita. Ma si sa: anche noi donne sappiamo essere davvero “triviali”, per non dire sboccate, se impiantate nel giusto contesto.  

Ci si confiderà, mio malgrado si piangerà anche. Si suderà, ci si sporcherà moltissimo, compariranno lividi, dolori temporanei sia interni che esterni perché la vita, si sa, non si svolge solo nella scena che si sta realizzando nel momento in cui ci si trova, ed il pensiero corre. 

Lezione n.2 – registrata: le donne sanno condividere quel che serve nel momento in cui serve, (specie intorno ad una tavola imbandita e con qualche calice di buon vino).


Il mattino dopo l’energia è cambiata: vibra. Siamo tutte molto più concentrate sulla nostra impresa individuale. Tensione, aspettativa, un pò di preoccupazione (certamente la mia) tangibile. Massima concentrazione sulla preparazione di noi stesse, delle protezioni da indossare, delle moto che ci sono state assegnate, della macchina 4×4 che ci seguirá per tutta l’impresa garantendoci di guidare completamente scariche in condizioni a tratti un pò estreme. Il carico della macchina non è certo banale: viveri (ci siamo fatte impacchettare gli avanzi della cena di ieri – perché non si sa mai), tende, zaini e sacchi a pelo, gli immancabili (e provvidenziali) 10 litri di vino della Rosy, e l’anti-covid della Badu (una combinazione esplosiva di grappa ed uvetta che ha avviluppato tutte le nostre serate sotto le stelle, proprio fino all’ultima). Scoprirò troppo tardi che all’appello manchi un attrezzo fondamentale per questo tipo di avventura: un bel tubo innocenti in ghisa, capace di raddrizzare in qualsiasi circostanza un manubrio ripetutamente flesso (diciamo proprio piegato) dall’incauta motociclista rovinosamente spiattellata sulla sassaia (=io, per ben 5 volte, sigh). 

Le famiglie e gli ospiti dell’hotel ci guardano incuriositi, quasi divertiti, dai balconi. Dobbiamo sembrare proprio un bel gruppo di coloratissime strambe. 

E io? Io me la faccio sotto. Ma davvero da matti. 

E se non riuscirò? E se cadrò? Se romperò la moto? E se fallirò e mi toccherà rinunciare? E poi la peggiore di tutte: e se intralcerò il gruppo, che di fatto è più esperto di me? Che penseranno, di me?

Ma eccole già lì, le mie compagne – qualche scambio di battute per smorzare la tensione, e subito in sella, pronte a partire!

Lezione n.3 – registrata: la parte più  difficile è sempre abbattere il primo muro di convinzioni e paure, decidere di muovere il primo passo, e una volta mosso…il successivo vien da sé.


Monto sulla mia giallona, una Royal Enfield noleggiata per l’occasione, un bestione giallo coordinato alla mia tenuta sportiva – probabilmente nell’insieme ricordiamo un grosso Minion.

Giro la chiave.  

Il rombo dei motori informa tutti dell’avvio della nostra avventura.  

Ho registrato qui, con nitida semplicità, che in qualsiasi viaggio in moto i primi km (diciamo pure la prima mezz’ora😎) sono carichi di tensione. Come se si dovesse in qualche modo re-imparare cosa fare e come, riprendere confidenza con il potente destriero ben piazzato tra le nostre cosce, con il clima, con le strade, con noi stesse in qualche modo. E così è stato ogni giorno, tutti i giorni (ammetto con avventata onestà che questa mia immancabile compagna di viaggio, Lady Strizza, riprendesse spontaneamente il comando anche dopo ogni tanto agognata pausa pranzo – a-ri-sigh). 

Superata la prima ora, tra paesaggi già mozzafiato che ammetto di non essere riuscita a godere appieno, comincio a sentirmi imprevedibilmente capace. Sempre di più. Mi metto alle costole della nostra Generalessa e la seguo con incauta determinazione sui primi sentieri di montagna. Accelerate e curve, qualche derapata col posteriore, gambetta fuori sui tornanti stretti a fare da leva in caso di necessità, e via così con una sempre crescente ubriacatura per le emozioni che solo una corsa in mezzo ai boschi sa regalarti. Specie se pensavi di non essere in grado di farlo.

Non ho ulteriore memoria delle ore di quella giornata, che sfrecciano veloci cosí come gli scenari sempre diversi intorno a noi, fino al momento in cui – come sempre capita agli inesperti che perdono il sacro freno inibitore della coscienza – la vita mi offre la prima vera lezione di umiltà sulle due ruote. 

Ricordo solo che: 

Alle calcagna della nostra Capitana Laura, con il fuoco di chi pensa di avere capito tutto (e forse anche di non voler deludere le aspettative proprie e degli altri), con il gas troppo aperto per quella sassaia scomposta, stretta ed in discesa ripida, mi si é rivelato all’improvviso davanti un muro di pietra. Tornante cieco a gomito tutto a sinistra in pieno declino. Premo il posteriore con il piede destro ma la moto non esaudisce il mio desiderio: non rallenta abbastanza. E allora lo compio, l’errore peggiore, l’unico su cui ti allertano in anticipo e che non andrebbe mai commesso: pinzata secca con il freno anteriore. Lo sterzo si chiude, la moto si mette di traverso, io mi ribalto letteralmente davanti a lei: un carpiato di faccia, su una pendenza la cui inclinazione in quel momento mi rammenta l’Everest  (probabilmente non superiore a quella della rampa di un qualsiasi box, ma non è questo il punto). 

Sento i motori avvicinarsi velocemente alle mie spalle. Mi rialzo. Sono frazioni di secondo: cazz*, siamo in carovana! 

Rosy e poi Anna Mary riescono incredibilmente a fermarsi senza travolgermi su quel terreno sconnesso e scosceso (o loro sono bravissime, o evidentemente il mio box è davvero più ripido, ma anche questo non conta, ora). 

Sono in trance. Non percepisco alcun dolore. Riesco solo a fissare la moto a terra, ancora accesa. Quel bestione mi ha disarcionata! Come è potuto succedere? Come posso rimetterla in piedi ora? Come faccio a risalire? Madonna guarda quanto è inclinato questo sentiero zeppo di pietrisco. 

Le gambe un budino, il cuore a milioni di bpm. 

Lezioni 4 e 5  – registrate: (4) pensare di essere capace ti rende effettivamente capace e (5) la paura è tua amica nella misura in cui la sai modulare per proteggerti senza che arrivi a bloccarti. 


Ma come nelle migliori storie di gruppo, non serve che io dica nulla. Alzo lo sguardo e Rosy ed Anna sono già al mio fianco. E così sarà nei prossimi giorni, sempre quando ne avró più  bisogno. Anna si china sulla mia giallona, spegne il motore, mi fa un sorriso a mille denti che riesco ad intuire grazie a quegli occhietti furbi e pieni di vita che mi fissano da sotto il casco. “Unooooo, dueeee, e TRE” – ed il mio bolide viene rimesso in piedi, pronto per riprendere la sua corsa. 

A-ri-Cazz*. Con sguardo atterrito inquadro il bestione: qualcosa non quadra. Metto il manubrio dritto, ma la gomma anteriore punta fissa tutto a destra. 

Ho. Stortato. Il. Manubrio!

Una valanga di emozioni mi travolge, ma non faccio in tempo a perdermi nell’oblio dello smarrimento che le mie compagne di viaggio sono rimontate sulle loro moto, ed il loro posto è già occupato da Peggy, il nostro Generale. 

Forza, risali e portala giù, poi ci pensiamo“.  

Ma come riportarla giù? E come pensi possa farlo, con le rotule mollicce ed il manubrio a boomerang?

Ma lei è così: non la spaventa nulla ed ha visto tutto. Lei crede in te, (quasi) a prescindere, e quando ti fissa con quel fare determinato non puoi certo sottrarti alle sue istruzioni. Nonostante questo capisce il momento: completa la discesa con la sua Royal, risale arrancando a piedi sotto il solleone, impugna la mia giallona e la lascia scorrere per quei pochi metri necessari a metterci al riparo dalla pendenza, e dal mio inespresso quasi-panico. 

Una volta giù mi sorride e con rilassata fermezza mi comunica che “ora cerchiamo un bel tubo innocenti, e lo rimettiamo a nuovo sto manubrio“. 

Ok. Se lo dice lei.

Le palpitazioni sono tornate ad un ritmo accettabile. Mi sento smarrita e delusa. E niente, obbedisco. Risalgo in moto e ripartiamo.  

È  difficile spiegare cosa abbia approvato da lì in avanti. Un misto di insicurezze, inquietudine, timore, sconforto. Fortuna che la nostra Capitana ci riporta alle cose importanti: una trentina di stupendi scatti ed autoscatti stagliate sullo sfondo imponente e dall’intensissimo e cinerino grigio di una cava di pietra. Cava-di-pietra. Ecco cos’era quel diavolo di pietrisco che mi ha sottratta dei miei illusori superpoteri alla guida! 

Si riparte. Ho paura, e lo dico chiaramente.

Percorriamo qualche km, ed eccolo il miraggio (o miracolo): una provvidenziale segheria, con una coppia di simpatici falegnami padre e figlio che non esitano a soccorrerci con un bel palone di ferro: sudiamo, inveiamo, ridiamo molto, smontiamo le leve, e tra i commenti supportivi ma a tratti sarcastici di questi due goliardici signori ecco che avviene la magia. Com’era il detto? Datemi un bel tubo e vi raddrizzeró il mondo?

La prima giornata si conclude di lì a poco. Raggiungiamo uno spiazzo costeggiante un casolare abbandonato, su un altipiano da cui si gode tutta la valle. Le ragazze cominciano a montare il campo. Sono esausta e monto la mia tenda con lo spirito di chi sa che stanotte dovrá affrontare qualche demone. 

Lezione 6 – registrata: scegli con attenzione le persone di cui circondarti, perché nel momento della vera difficoltà, quando ti sembra di non avere forza e coraggio per gestire ciò che accade, un “tu ce la fai, ed io ci credo” pronunciato al momento giusto può fare la differenza tra la rinuncia e la perseveranza, ovvero tra la possibilità di raggiungere o meno il tuo obiettivo. 


Nonostante la serata piena di leggerezza e risate, durante la notte qualche demone si è palesato, in effetti. L’immagine della caduta in loop nella testa: con l’oscurità sono tornati irrequietezza e tanti dubbi. 

Non ho mai pensato di mollare, per davvero. Ma da lì in avanti ho convissuto per la maggior parte del tempo con lo spettro di non farcela. E più lasciavo scorrere i miei dubbi, più il mio corpo reagiva con tensione e rigidità, e di conseguenza ho poi accumulato qualche altra caduta. E con ogni caduta o imprecisione, sempre più citrulla, nutrivo il mostro del dubbio. Ahi che potente nemica può diventare la testa, a volte! 

Solo oggi colgo l’ironia di quanto accaduto nei tre giorni successivi. Proprio io, che ho investito buona parte della mia vita per conoscere me stessa, le mie convinzioni limitanti, per esplorarle e quando necessario smantellarle, per potere essere davvero libera di decidere e poi mettere al servizio degli altri questi apprendimenti…mi sono accovacciata morbidamente sul “confortevole” materasso del dubbio. Ben consapevole di quanto la mente sia potente, e di quanto “l’idea che hai di te stessa” sia capace di determinare cosa saprai o non saprai effettivamente fare.  

E così, lo faccio, quello che anche molte di noi troppo spesso si arrendono a fare: in qualche modo anche io mi boicotto. Non abbraccio teneramente le mie fragilità. Non mi concentro con dolcezza sulle mie innumerevoli abilità. Non mi complimento con me stessa per essere così risoluta da continuare a concedermi l’opportunità di questa avventura. Non mi riconosco e celebro appieno tutti i piccoli e grandi successi che continuo a perseguire. Invece di godermi appieno la vista dei monti Titano o Amiata, l’Appennino, le accecanti distese di girasoli che ci sorprendono ed abbracciano senza preavviso sbucando in carovana da dietro un sentiero o una strada bianca, invece di assaporare interamente il nostro improvvisato concerto in un campo di cipolle (si, di cipolle!) cantando a squarciagola “nel blu dipinto di blu”, i vicoli medievali in cui perdersi…invece di vivere appieno ciò in cui sono immersa, investo parte delle mie energie a tenere sotto controllo la paura e le incertezze derivanti da quell’unico e costante pensiero: ma sono davvero in grado? Proprio io, ho dimenticato di dare il Benvenutoa ciò che era, accanendomi su ciò che mancava.

E pensare che sarebbe invece bastato così poco…

Lezioni 7 ed 8 – registrate: (7) anche se conosci perfettamente le potenzialità della tua mente, a volte capita di perdere i riferimenti e lasciarti andare al pilota automatico del dubbio, perdendo di vista tutto ciò che c’è e concentrandoti solo su ciò che manca e (8) quando lasci che ciò accada, non solo non ti tratti bene, ma riduci intensità ed impatto delle cose belle che intanto accadono – ti perdi la realtà.  


Fortuna che ci sono le mie matte ma sagge compagne di viaggio, ed ogni sera, una volta spento il motore della mia giallona e montato il campo, torno pienamente presente nell’esperienza: e allora riprendo a godermi le canzoni intonate e danzate senza freno sotto le stelle, ed i racconti sempre più sinceri e personali, nelle lunghe notti che legano tra loro le mie severe giornate – lì si che ricompare tutta la mia audacia e voglia di farcela. Godiamo di bivacchi nella natura, il più possibile lontano da tutto. Un ruscello in cui lavare i denti e le stoviglie, una piscina termale all’aperto con le nostre nudità rivelate solo dal timido scintillio della luna, un tramonto che insieme sappiamo trasformare in teatro perfetto per fotografie irriproducibili e spassose: un angolo di universo solo per noi.

Lezione 9 – registrata: la nostra terra e le persone che la abitano sono ricche di una bellezza che voglio godere con ogni cellula del mio corpo, e per farlo devo avere cuore e mente bene aperti, essere presente nel momento, e libera dai SE e dai MA che che mi trascino dietro da sempre. 


La quarta sera, complice la leggerezza ed il buonumore che queste altre sei ragazzone sono capaci di sprigionare quando siamo tutte insieme, realizzo lucidamente che mi sto comunque perdendo tante, troppe cose belle. Afferro la mia sopita spavalderia tra le mani e confesso, alla nostra Generalessa: “Peggy, sono stufa di cascare a causa della paura. Mi sento bloccata e so che potrei tornare a fare meglio”. 

E lei, con quella sua inconfondibile positività e la sua verace schiettezza, fa spallucce: “si, sono stufa anche io. Domani ti metti dietro di me, e copi tutto quello che faccio. Ti rimetto io in quadra!”

Sebbene sia la principale generatrice di risate sguaiate nei momenti di relax, non è che sia sempre una tenerona, la nostra Peggy. Quando siede in sella riprende il comando, ed impartisce istruzioni chiare e radicali: in fondo per lei è soprattutto una questione di professionalità e sicurezza. Ma è capace, tanto, e sa capire davvero cosa le accade intorno. Ed allora il mattino dopo, rinfrancata da una bella dormita e rinvigorita da una nuova iniezione di speranza, eseguo: mi posiziono dietro di lei, non la perdo mai di vista, seguo minuziosamente le sue istruzioni. Qualche sciocchezza la commetto, e lei non esita a redarguirmi con il suo temibilissimo tono perentorio. Come quando, in discesa sulla ghiaia (a-ri-eccola), durante una curva stretta a destra tolgo il piede dal freno per mettere avanti la gamba a mò di cavalletto – mi rincorre e sbraita a pieni polmoni qualche invettiva del tipo “ma come cazz* pensi di rallentare se il piedino lo togli dal pedale del freno”? Ha ragione, e io lo so. In questi momenti il suo severo presidio è provvidenziale a riportare l’attenzione sulla tecnica, comunque fondamentale, e sulla realtà del momento. E così, un km alla volta, un litro di sudore alla volta, riacquisto la mia concentrazione, e la fiducia sulle mie capacità. Il corpo risponde, la moto a sua volta, e tutto ricomincia a scorrere con una crescente fluidità. “Ce la faccio”, torna ad essere il pensiero dominante, e capisco che questo era proprio tutto ciò che mi serviva!

Lezione 10 – registrata: per quanto tu possa essere forte e presente a te stessa, a volte chiedere aiuto è la sola strada che può condurti rapidamente a riassumere il controllo, o a identificare la soluzione che ti mancava! 


Negli ultimi due giorni i chilometri e le ore si riversano velocemente. Sono felice ed infinitamente grata alle persone ed a me stessa. Certo, il viaggio non è privo di qualche intoppo. Il mio manubrio, operato per strada altre due volte con la stessa tecnica chirurgica della prima, pare non farcela proprio più. La penultima sera, giunte a destinazione (=un letto comodo ed una doccia calda a coccolarci finalmente) la nostra Generalessa non si smentisce: mentre stiamo tutte gozzovigliando a suon di birra artigianale e stuzzichini in attesa della cena, scorgo la nostra Peggy nel parcheggione sottostante alle prese con la mia giallona. Ebbene si: ha sostituito il manubrio! Non posso credere che domani guiderò con una impugnatura perfettamente simmetrica! Mi resta memorabilmente impressa la sonora risata di Anna di poco prima, quando ha raccolto il mio provocatorio invito a montare sulla mia sella per capire cosa avessi provato fin lì. Le ho dovuto asciugare le lacrime, per quanto mi ha presa in giro. 

Me lo sono portata a casa, quel manubrio tutto storto. Sarà orgogliosamente esposto sulla parete del mio salotto: ad imperitura memoria di una esperienza unica che, ancora una volta, mi ha insegnato tante e tante cose sulla vita e su me stessa. 

L’ultimo giorno i pensieri e le emozioni cominciano a tingersi con note di malinconia. So che tutto questo sta per concludersi, e sebbene mi manchi profondamente la mia bimba, non sono certa di essere pronta a lasciarmi alle spalle tutto questo, ed a tornare alla realtà che mi aspetta altrove. 

La guida è fluida, anche perchè (finalmente) perfettamente simmetrica, l’itinerario è mozzafiato e ancora una volta sorprendente, la stanchezza fisica è intensa, i muscoli affaticati e doloranti, ed lividi ed i graffi lì a pulsare e celebrare tutti gli apprendimenti della settimana. Ma il tempo non si ferma, e l’arrivo a destinazione viene sancito con sobrie grida di esultanza e sonore strombazzate di clacson.


Sono passati 20 giorni da quando questa esperienza si è conclusa. Siamo tutte più o meno tornate alla nostra vita “altrove”. I primi giorni il distacco è stato talmente difficile per alcune di noi che abbiamo sentito la necessità di scriverci, aggiornarci quotidianamente, mantenere una qualche connessione. 

Ma come tutte le donne, sia quelle che il coraggio lo esprimono in maniera evidente, sia quelle che lo combattono o tengono a bada nelle piccole e grandi decisioni di ogni giorno, ci siamo presto ricollocate nella nostra dimensione più o meno naturale o quantomeno ordinaria, nei nostri ritmi, nelle nostre responsabilità, ed abbiamo ripreso a camminare nel mondo. 

Concedetemela, questa digressione romantica: se è vero che i motociclisti somigliano a cavalieri con le loro armature scintillanti in sella ai propri maestosi destrieri, ecco perché le motocicliste per me sono delle vere e proprie guerriere. Non tanto e non solo perché riescono a domare quei bestioni spesso recalcitranti, che nella maggior parte dei casi quadruplicano il proprio peso, e vanno gestite da una altezza che non consente di avere una presa salda ed un equilibrio stabile (banalmente, spesso non tocchiamo con entrambi i piedi a terra quando siamo ferme – e fatelo voi un parcheggio in discesa o una manovra inattesa). Ma soprattutto perché – in quanto bikers – hanno dovuto affrontare e superare una serie di convinzioni sociali diffuse, ed atteggiamenti più o meno espliciti, che le inquadrano in qualche maniera come “strane”, “anomale”, in qualche modo non in diritto di intraprendere ed onorare quel tipo di avventura che solo una moto sa concederti. Specie se fuori (di) strada. 

Abbiamo raccolto tanti sguardi curiosi in questa settimana, ma in fondo ci siamo abituate. Credo a tutte noi sia capitato nella vita, dopo avere parcheggiato la nostra moto, sedute al tavolo di un ristorante o per strada e con ancora il casco in mano, essendo in compagnia di un uomo anch’esso motociclista, di avere assistito a una scena in cui il passante o avventore o ristoratore di turno abbia domandato al nostro accompagnatore “ah, sei motociclista? Che moto hai? Bla bla bla…” dando completamente per assodato e sottinteso che noi fossimo unicamente quelle che in gergo tecnico si definiscono “la zavorrina” o “lo zainetto” – una passeggera. Punto. 

Potrei anche raccontare degli sguardi perplessi dei genitori o dei nonni in attesa all’ingresso del nostro piccolo asilo di paese al mattino. Quegli sguardi hanno avuto un peso su di me per un certo periodo. Perché per quanto tu possa decidere di ignorarli, o magari addirittura di sfidarli ed anche provocarli, ne avverti tutto il peso del giudizio. E così è stato per me, fino a quando il primo bimbo di una lunga serie non si è avvicinato con gli occhi pieni di luce, comunicando tutta la propria invidia alla mia bambina, per avere una mamma motociclista che le potesse offrire quel tipo di esperienza. E quanto si è riempita di orgoglio lei, ogni volta di più: “si, noi siamo bikers, mamma e figlia biker, ed anche io guiderò la moto come la mia mamma un giorno”! 

Non so se la mia bimba guiderà mai una moto, o di quale altra avventura più o meno ordinaria farcirà la sua vita, ma sono certa che cercherò di offrirle tutti i miei apprendimenti, nella speranza che possa crescere libera da tutti quei pensieri che possano farle mettere in dubbio la sua capacità di stare pienamente nel mondo! 

Per questo ho scritto una storia di donne. Perchè donna sono io, con tutti i vissuti annessi, e donne sono state le mie splendide compagne di viaggio. E’ una storia che si è sviluppata sulla trama della vita delle 7 donne presenti, ma che si poggia su quella di tante altre prima di loro, vicine e lontane. Per tutto ciò che vi ho raccontato la considero una storia di donne coraggiose. Che prima o dopo hanno deciso di sfidare le proprie convinzioni, ma soprattutto le convinzioni degli altri, le proprie paure, anche queste spesso strettamente interconnesse a quelle degli altri. Donne che senza alcun dubbio a un certo punto hanno deciso di affrontare e superare i propri (ed altrui) limiti. Non che siano processi indolori, o privi di un prezzo, questi. 

E’ una storia speciale, perché per la mia esperienza non è così comune che le donne si uniscano. Siamo molto più abituate a giocare come liberi, più spesso agire da allenatori, ad assumerci una quantità di responsabilità ed aspettative che poi finiscono spesso per intrappolarci. 

E’ una storia di donne che serberò nel cuore, e che ho voluto offrirvi, nella speranza che possa essere di sostegno in qualche modo, così come la mia avventura solitaria per boschi di qualche tempo fa. 

Di Peggy vi ho già parlato un bel po’, e a lei ho già ampiamente manifestato tutta la mia gratitudine e stima (oltre ad un grande affetto). Ora, e prima di voltare lo sguardo altrove, devo un paio di ringraziamenti e menzioni speciali alle altre 5 mie compagne di viaggio:

La Badu: pilota di Formula Track – un raid off-road basato sulla navigazione (parliamo di macchine in questo caso). Un femminone di 180cm, criniera selvaggia di capelli biondi e ricci, mamma portentosa ed ex ballerina classica dal passo leggiadro e con una invidiabile grazia di portamento, in QUALSIASI situazione, anche la più polverosa. Tu, la Badu sei stata per 7 giorni al nostro perenne inseguimento (e scorta), alle prese con un bestione 4×4 su sentieri e tornanti strettissimi che avrebbero messo in difficoltà il 100% degli automobilisti ordinari. Una sorta di angelo custode, ti sei presa cura di noi per buona parte del tempo: anche a te il ringraziamento non solo per l’”Anti-Covid” ma anche perché mi hai aiutata fisicamente a sollevare la moto da terra per ben due volte, e l’umore finito rovinosamente sulla ghiaia insieme a lei – poggiandomi una materna mano sulla spalla e strappandomi un sorriso nel pieno dello sconforto dopo l’ennesima scivolata incontrollata. 

Saretta: donna e mamma formidabile, hai generosamente condiviso preziosi consigli e pezzi della tua storia con tutte noi. Minuta ma dalla forza fisica e mentale sbalorditive, mi hai concesso in eredità dei preziosi semi di riflessione basate sulla tua inguaribile positività e sulla tua generosa saggezza, e lasciato nello stomaco un un grande desiderio di riabbracciarti non appena ne avrò l’occasione. 

“La” Rosy: una donna dalla storia sorprendente, un’energia travolgente, tenace e appassionata, sempre pronta a condividere la gioia di un successo e capace di trovare le parole di conforto e condivisione necessarie (a me) ad affrontare con leggerezza i momenti più critici. Una tappetta, come me, ma infinitamente più capace di gestire le sfide fisiche di questa esperienza. E’ a te che dobbiamo buona parte della leggerezza che ci ha accompagnate nelle lunghe notti di scarico (a te ed ai tuoi inestimabili 10 litri di spensieratezza liquida XD). 

Anna: a te devo ancora un pò del mio tempo. Provvidenziale presenza in quasi tutte le mie capitombolate, nonostante ti abbia spesso rallentata o addirittura ostacolata. Non me lo hai mai fatto pesare, ed hai rappresentato per me un punto di riferimento certo. Hai anche solleticato e sfamato l’interesse e la curiosità di tutte noi, condividendo generosamente le tue conoscenze ed esperienze e regalandoci qualche preziosa e goliardica lezione di stile. Come dimenticarci di Wilson? E poi il tuo famelico bisogno di sali ci ha sapute sempre ricondurre a alle priorità in alcuni momenti: rifocillarci e ricaricare le batterie! 


Laura – la Capitana: una bomba nucleare di energia e forza, una personalità dalle mille sfumature concentrate in un corpo mozzafiato. Un prisma che riflette una molteplicità di immagini, indubbiamente una Capitana. Mi hai sorretta, corretta, consigliata, accudita, accompagnata, senza dubbio stimolata in ogni interazione. Grazie per avermi concesso di scorgere anche qualche “pezzo” di te che ad un primo sguardo superficiale potrebbe sfuggire, perché ben celato (forse da tutto quel grasso per motore con cui ti ostini a giocare in continuazione). Ci rivediamo presto (io non dimentico ;-)).

A tutte quante: un grande grazie. Nella mia mente resterete per sempre incise a fuoco con le matte risate dell’ultima notte insieme, senza filtri:

n.b. so bene che le foto non rispettano i minimi canoni di qualità – ma sono certa che ne avete compreso le ragioni, e che se ne colga ugualmente la bellezza.

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