Sentirsi “soli”

Sentirsi soli a volte capita. E le emozioni che siamo abituati ad associare alla solitudine sono spesso sconforto, tristezza, e senso di vuoto. Ma è davvero così ovvio sentirci tristi quando ci sentiamo soli?

Pensiamo per un momento a quella sensazione di “vuoto dentro“. Per alcuni è un mero fastidio. Per altri un dolore, che può sfociare in angoscia e profonda sofferenza. Ma chi avrebbe mai voglia di guardarci dentro? Ignorarlo, anzi soffocarlo è spesso funzionale alla sopravvivenza!

E così tendiamo a metterlo a tacere, fingendo di non sentirlo, oppure tentiamo di colmarlo, riempirlo. In fin dei conti, la vita ci offre molte opportunità per farlo.

In primis le persone di cui ci circondiamo, gli altri: capita che siano la nostra prima strategia per colmare e silenziare quella sensazione. Il punto è che così facendo neppure ci accorgiamo che carichiamo sugli altri la responsabilità della nostra felicità. Gliela deleghiamo alzando inevitabilmente l’aspettativa nei loro confronti ben oltre ciò che forse sono in grado/ possono/ vogliono di fare. E lo facciamo senza neppure dirglielo, senza neppure dircelo.

E così, quando queste persone ci sono colmano, riempiono. Quando non ci sono mancano. Ma se invece fosse il “nostro vuoto”, quello che si fa sentire? Ovviamente il nostro primo pensiero è associare la tristezza alla solitudine, alla mancanza dell’altro. E se invece quello stato d’animo non fosse l’eco della mancanza di quel qualcuno, semmai il richiamo assordante del nostro “vuoto”?

Proviamo per un istante a guardare dentro a quel vuoto. E’ davvero un vuoto? Capita che a fermarsi ad osservarlo ed ascoltarlo, si scopra che di vuoto non si tratti affatto. Anzi, si trova un nucleo pieno. Strapieno. Straripante. Di emozioni, ricordi, esperienze che a solleticarli fanno vibrare un sacco di corde diverse. Non sempre queste corde fanno suonare melodie felici, anzi. E per questo preferiamo isolarlo, questo nucleo. Perchè la vita è già così piena di cose complicate, come facciamo a trovare tempo e risorse per occuparci anche di lui? Di noi?

E così facendo affrontiamo ogni giorno, correndo ci affanniamo per piacerci e piacere, per dimostrare ed ottenere, premendo col piede sulla botola dentro la quale abbiamo rinchiuso il nostro vuoto…e neppure ci rendiamo conto di quanta fatica ci costi, mantenere una pressione costante su quella porticina. Di quanto in realtà quel vuoto apparentemente sotto controllo, relegato, in realtà subdolamente sussurri, costantemente, guidando le nostre decisioni, le nostre scelte, e colmandoci di paure e convinzioni su noi stessi che anzichè liberarci ci opprimono. Ci limitano.

Bene. Anzi, benissimo! Perché nulla é immutabile, e possiamo liberarci da tutto questo! Se quel vuoto-pieno a volte rappresenta un nemico, é perché tira i nostri fili da dietro le quinte. Se noi imparassimo a conoscere il teatro, gli ingranaggi che attivano i fili, e con precisione quali comportamenti attiviamo, potremmo modificare sostanzialmente lo spettacolo che mettiamo in scena, e di conseguenza il modo in cui ci sentiamo. In altri termini possiamo osservare come quel vuoto-pieno generi degli effetti, quali sono le dinamiche, e decidere cosa farne e come intervenire per riprendere il controllo della nostra vita.

E quando riprendi il controllo, la solitudine diventa un valore. Tu diventi la persona che vuoi essere, quindi quella con cui preferisci stare.

Come si fa? Beh, é necessario fermarsi, e cominciare ad esplorare la situazione attuale, definire un obiettivo e cominciare a muoversi verso esso.

So che può intimorire, perché si tratta indubbiamente di un percorso faticoso, ma tu puoi farlo, possiamo farlo insieme.

Un coach può camminarti accanto, non colmando, non assecondando le tue solite convinzioni e schemi, ma aiutandoti a mettere a fuoco, affinché tu possa decidere se e cosa tenere, e cosa invece cambiare!

Puoi farlo.

Devi solo muovere il primo passo: decidere di dedicare un po’di tempo a te.

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